EXPORT CONTROLS: HUAWEI E LA COMPETIZIONE STRATEGICA USA – CINA

L’arresto in Canada di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria e figlia del fondatore della società cinese Huawei, ha acceso i riflettori sul rapporto tra le grandi aziende globali non americane e gli export controls statunitensi

Huawei, il secondo più grande produttore di cellulari al mondo, nonché società globale specializzata nella progettazione e fornitura di tecnologia per la comunicazione il trasferimento e raccolta di dati ed informazioni, è uno dei principali motori dell’avanzamento delle nuove frontiere dell’IT, specialmente in campi come quello dell’IoT (Internet of Things), dei sistemi Cloud e della telecomunicazione in 5G. Diversamente da altre imprese cinesi, Huawei produce la maggioranza del suo fatturato all’estero e con i suoi servizi è divenuto uno maggiori partner delle principali aziende del mondo per la digitalizzazione globale del loro business. 

Da tempo gli Stati Uniti hanno posto l’attenzione sull’azienda cinese, temendo che essa lavori inesorabilmente per gli interessi strategici del governo di Pechino, determinando una minaccia alla sicurezza nazionale attraverso la vendita di equipaggiamenti di telecomunicazione. Seguendo l’impostazione statunitense, anche altri Paesi anglofoni, che condividono un rapporto privilegiato con l’intelligence americana, hanno iniziato a prendere provvedimenti in questo campo escludendo Huawei dai possibili fornitori di servizi 5G e, in generale, di reti di trasmissione dati di nuova generazione, per motivi di sicurezza nazionale. Contrariamente, in Italia Huawei è impegnata nel finanziamento, in qualità di partner fornitore, di progetti di introduzione delle comunicazioni 5G.

Inoltre già nel 2012 la Società era stata accusata di violare l’embargo americano, avvalendosi di una società cinese con sede a Guandong denominata Skycom Tech Co Ltd, partner locale di Huawei. La Skycom Tech Co Ltd avrebbe negoziato attraverso il suo ufficio di Teheran la vendita di un maxi lotto di computer e sistemi IT americani alla società Mobile Telecomunication Co, il principale operatore di telefonia cellulare iraniano. L’operazione commerciale, del valore di 1.3 milioni di dollari, non fu realizzata, ma lo scambio di documenti e di offerte tra le parti per la vendita di tecnologia americana sotto embargo statunitense avrebbe rappresentato, secondo l’accusa, una chiara volontà di evadere le sanzioni statunitensi contro l’Iran. Ciò che ha spinto gli investigatori americani ad aumentare la pressione contro Huawei dipende quindi dal fatto che essi ritengono che la Skycom non sia un semplice partner commerciale di Huawei, bensì una sorta di sua sussidiaria occulta utilizzata per condurre affari in Iran al riparo dall’embargo.

È in questo quadro che va contestualizzato l’arresto di Meng Wanzhou, attualmente condannata agli arresti domiciliari, con una cauzione di 15 milioni di dollari, il sequestro del passaporto, l’obbligo del braccialetto elettronico e l’assunzione a sue spese di una società di vigilanza privata per il controllo costante dei suoi spostamenti. Inoltre, nel caso in cui fosse approvata la sua estradizione negli Stati Uniti, la donna sarebbe condannata a decenni di carcere. Poche informazioni sono state rilasciate in merito ai capi di accusa mossi contro la signora Whanzhou, arrestata in Canada il primo dicembre su mandato di arresto americano. In risposta a ciò, le autorità cinesi hanno convalidato l’arresto di due cittadini Canadesi, Michael Kovrig, analista per la Cina e la Corea del Nord dell’ International Crisis Group ed ex diplomatico canadese, e Michael Spavor, guida di un’associazione per gli scambi culturali volta a orientare imprenditori e turisti occidentali verso i mercati della Corea del Nord. Nonostante non siano ancora chiari i capi di accusa contro la signora Meng, il fatto che essi riguardino l’Iran porta l’attenzione degli osservatori a cercare di capire se si tratti di un caso di secondary sanctions, oppure riguardi procedure vietate di ri-esportazione di c.d. US origin goods, compiute in violazione dell’ Export Administration Regulations (EAR). Sulla base delle informazioni ad oggi emerse pare essere quest’ultima la causa, anche se sembra che la parte più rilevante delle accuse rivolte direttamente alla società Huawei, ed indirettamente a Meng Wanzhou, si fondi sulla violazione della normativa volta ad imporre secondary sanctions. Il caso Huawei, con l’arresto del suo direttore finanziario in Canada, ci appare pertanto una vicenda simbolica, frutto del conflittuale rapporto cino-americano, aggravata dall’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) e da nuove accuse di violazione della cyber security degli Stati Uniti in cui è coinvolta la Cina. 

Per saperne di più o per ulteriori chiarimenti: info@zenopoggi.com 

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